Jim Brickman e l’istruzione

Jim Brickman è un pianista. Di quelli bravi. C’è un suo album che si intitola “Picture This” che è quanto di più ispiratore possa esistere. Chiariamo, stiamo parlando di un album di (praticamente) solo pianoforte. La voce c’è in una traccia verso la fine, ma per il resto a cantare c’è solo il pianoforte.

Brickman

Brickman

Magari in alcuni pezzi c’è un Sax con cui la partitura si scambia, o dei violini di sottofondo, ma è tutta roba lieve, a farla da padrone c’è sempre il pianoforte.
Ascoltare quest’album apre la mente e per certi versi stupisce, o quantomeno stupisce gente come chi scrive che identifica la musica come qualcosa in cui sia la voce al centro di tutto.
E’ questione di prospettive, come sempre.

A scatenare la riflessione in tutto questo è però una chicca. Precisamente la traccia numero otto, che si intitola “Frere Jaques”. E sì, è proprio “Fra Martino”, proprio quello di “suona le campane, din don dan”. Perché fa riflettere ? Perché è sensazionale vedere applicato lo studio e la personalizzazione alla canzone popolare e trovarsi ad ascoltare un pezzo da sempre banalizzato, o quantomeno cantato ai bambini, e trovarlo vincente, piacevole e perché no, emozionante.
Fra Martino è una canzone scolastica. Adatta all’insegnamento e alla comprensione delle note. Però sentirla suonare così tutto sembra meno che questo. E così pensi, ma perché l’istruzione non passa da queste cose ? Perché ai ragazzi anziché imporre un insegnamento non viene spiegato il metodo per trasformare qualcosa di grezzo in un diamante ? E’ chiaro, un metodo serve, ma una volta acquisito questo perché imporre ? E’ guardare il dito anziché la Luna.
A far nascere l’interesse deve essere la prospettiva di poter creare qualcosa di grande, qualcosa che valga la pena di essere ascoltato, qualcosa che permetta di stabilire degli obiettivi. Tendere al grande, non diciamo infinito, ma al grande.
Concludo.
I bambini hanno il potere di spiazzarti con una frase, di farti una domanda alla quale non ti senti in grado di rispondere. Mia figlia ieri mattina, mentre ascoltavamo “Picture This”, mi ha chiesto “Mi insegni a cantare ?”. Ora, io non sono un cantante, non ho compiuto studi in materia, detto palesemente non credo di aver la competenza necessaria per “insegnare” a cantare alla mia bimba (così come a nessun altro), più che altro perché tendenzialmente vado sempre “a braccio”. E allora ho provato a dare una risposta “a braccio”. Le ho detto che prima di iniziare a cantare, bisogna iniziare ad ascoltare.
E’ difficile chiudere la questione con qualcuno che a sei anni vuole capire tutto del mondo, ma vederla chiudere gli occhi non replicando con altre domande e cercare di ascoltare il pianoforte, non so’, mi ha dato un senso di pace.
Quasi come la conquista di una vetta.

Va bene, lo ammetto. E’ sempre facile parlare di canto mentre si ascolta un album di solo piano.

  • Ester

    Una bambina di 6 anni DEVE saper cantare… le DEVE venir naturale… dove per “cantare” non intendo essere intonata o cantare BENE, ma saper liberare il cuore emettendo una melodia, liberare i pensieri e le fantasie proprie e meravigliose che si hanno a 6 anni.
    E allora mi domando se forse intorno e lei (e intorno a tutti i bambini in generale) non ci sia troppa confusione, troppo rumore. Il canto nasce per riempire uno spazio di silenzio, ma se questo spazio non c’è? Se questo spazio è riempito da ore di scuola, da corsi di nuoto, danza, karate e musica?!
    Eppure sono sicura che piacerebbe a tutti trovarsi in un pomeriggio di SILENZIO; avere la possibilità di dire, cantare, urlare senza inibizioni… oppure semplicemente ascoltare il SILENZIO… a patto ovviamente che questo non sia troppo “rumoroso” per la nostra coscienza….