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	<title>Pensavo Di Aver Capito &#187; Storie</title>
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	<description>Pensavi di aver capito ed invece non avevi capito nulla ? Non sei solo !</description>
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		<title>La crisi</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Dec 2011 22:53:03 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Storie]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Dio, non ce la faccio&#8221;, disse la ragazza a suo marito. Lui le sorrise, come faceva sempre, domandandosi nel contempo quanto ancora l&#8217;avrebbe sopportata. &#8220;Non posso credere che ogni mese dobbiamo venire qui, metterci in fila e pagare queste cose. In contanti, per giunta!&#8221;. Lui sorrise di nuovo. Era, se possibile, stufo di sentirle dire [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Dio, non ce la faccio&#8221;, disse la ragazza a suo marito. Lui le sorrise, come faceva sempre, domandandosi nel contempo quanto ancora l&#8217;avrebbe sopportata.<br />
&#8220;Non posso credere che ogni mese dobbiamo venire qui, metterci in fila e pagare queste cose. In contanti, per giunta!&#8221;.</p>
<div class="wp-caption alignnone" style="width: 410px"><a href="http://media.panorama.it/media/foto/2008/10/06/48ea2c1e401a9_zoom.jpg"><img alt="Crisi" src="http://media.panorama.it/media/foto/2008/10/06/48ea2c1e401a9_zoom.jpg" title="Crisi" width="400" height="258" /></a><p class="wp-caption-text">Crisi</p></div>
<p>Lui sorrise di nuovo. Era, se possibile, stufo di sentirle dire la verità, ma come l&#8217;amava&#8230;<br />
&#8220;Che c&#8217;è perché ridi?&#8221;<br />
Non rispose.</p>
<p><span id="more-336"></span></p>
<p>&#8220;Io non capisco come facevano. Dico, nel passato.&#8221; proseguì lei &#8220;Che razza di accordi si prendevano nel 2012 con quegli istituti di credito? Com&#8217;era possibile legalizzare dei prestiti simili? Pensa che anche i signori del piano di sotto, mi ha raccontato la moglie, sono conciati alla stessa maniera. Il bisnonno di lui non aveva uno stipendio decente e dovendo comprarsi i dispositivi mobili (non c&#8217;erano ancora gli ologrammi VoIP wireless) a quanto pare faceva dei debiti con queste istituti qui. Solo che alla fine era arrivato a chiedere prestiti per estinguere i debiti. Ad un certo punto è arrivato anche ad introdurre la clausola di reversibilità. E quindi anche suo nonno, poi suo padre ed infine lui hanno continuato a pagarli.<br />
Un po&#8217; com&#8217;è successo a mio nonno, poveretto. Però noi siamo più fortunati e sai perché?&#8221;<br />
Lui alzò le sopracciglia, e girandosi allargò le braccia con fare interrogativo.<br />
&#8220;I loro figli avranno ancora un vitalizio intero da pagare, mentre invece noi con questa vita avremo finito i debiti di mio nonno, ed i nostri figli saranno liberi.&#8221;<br />
Questa volta era lei a sorridere.<br />
&#8220;Ci pensi? Bilio, Amalia e Duncan non dovranno andare nei centri di debito, non dovranno fare file, non dovranno insegnare ai loro figli a risparmiare. E tutto grazie a noi.&#8221;<br />
Lo sguardo del marito si fece serio.<br />
&#8220;Che c&#8217;è?&#8221; chiese lei.<br />
Lui non rispose.<br />
&#8220;Daaaaaai. Lo so che quando fai quella faccia lì stai pensando a qualcosa&#8230;&#8221; lo incalzò.<br />
&#8220;Stavo pensando alla frase del tuo bisnonno, quella relativa agli aumenti della benzina. La cosa che diceva quando gli chiedevano se era preoccupato dell&#8217;aumento dei prezzi&#8230; Com&#8217;è che diceva mentre contraeva i debiti che noi stiamo pagando?&#8221;<br />
&#8220;Beh diceva&#8230; Aumentano la benzina a due euro al litro? A me che cazzo me ne frega, io sempre 20 euro faccio!&#8221;.<br />
Lui sorrise di nuovo, lo sportello era libero.</p>
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		<title>Robot ITA 0.1, il mio racconto</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Oct 2011 19:58:08 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Storie]]></category>

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		<description><![CDATA[Ho partecipato al concorso indetto dalle edizioni Scudo (http://www.edizioniscudo.it) in cui veniva chiesto di scrivere un racconto breve sul tema Robot ambientato in Italia. E&#8217; stato divertente stare in 3600 battute, anche se di per sé la vicenda che ho raccontato è abbastanza macabra e grottesca. Ovviamente consiglio l&#8217;acquisto del volume, il prezzo non è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho partecipato al concorso indetto dalle edizioni Scudo (<a href="http://www.edizioniscudo.it/">http://www.edizioniscudo.it</a>) in cui veniva chiesto di scrivere un racconto breve sul tema Robot ambientato in Italia.</p>
<div id="attachment_332" class="wp-caption alignnone" style="width: 212px"><a href="http://www.pensavodiavercapito.org/wp-content/uploads/2011/12/robot_01.jpg"><img src="http://www.pensavodiavercapito.org/wp-content/uploads/2011/12/robot_01-202x300.jpg" alt="Robo ITA 0.1" title="robot_01" width="202" height="300" class="size-medium wp-image-332" /></a><p class="wp-caption-text">Robo ITA 0.1</p></div>
<p>E&#8217; stato divertente stare in 3600 battute, anche se di per sé la vicenda che ho raccontato è abbastanza macabra e grottesca. Ovviamente consiglio l&#8217;acquisto del volume, il prezzo non è particolarmente economico, c&#8217;è un errore di stampa all&#8217;inizio del mio racconto e tutti i racconti sono scritti in linea di massima da autori esordienti ma&#8230; Che diamine&#8230; Diamogli una possibilità!</p>
<p><span id="more-331"></span></p>
<p><strong>E&#8217; di amore che ho bisogno</strong></p>
<p>«Ecco, osservate attentamente.»<br />
Il professore aveva lo sguardo sicuro e sullo schermo nella modernissima aula magna dell’università Bicocca di Milano c’era il volto di una donna bellissima, attraversato da un coltello. Lo stato di choc generale era provocato dal fatto che, oltre a non esserci una goccia di sangue visibile sulla scena, la donna accoltellata stava parlando con tono pacato.<br />
«Perché mi hai fatto questo? È di amore che abbiamo bisogno. Non di questo. Torna da me,» dopo essersi levata il coltello dalla testa, la donna aveva spalancato le braccia.<br />
«Torna da me,» aveva ripetuto e di fronte a lei era comparso un uomo, i cui tremiti si facevano sempre più evidenti, che dapprima si era ritratto, poi aveva allungato la mano e trovato quella di lei. A questo punto l’unico suono proveniente dal video era quello di un pianto sommesso, trasformatosi nei gesti in un commovente abbraccio.<br />
«Chi ha il coraggio di definire questa creatura un essere artificiale?» a rompere il silenzio in sala era stato il professore. «Essa ha compreso i sentimenti dell’uomo e lo ha messo di fronte alle proprie responsabilità. Ha stabilito una nuova frontiera nella psicologia, un nuovo modo di affrontare malattie e problemi mentali. Quest’uomo è stato completamente recuperato, e questo è un fatto. Questo video risale ad un anno fa e la persona è adesso reintegrata nella società e svolge un lavoro socialmente utile. Il recupero di un assassino è possibile e questa ne è la prova! Grazie alla vita donata dalla tecnologia ad una creatura artificiale la nostra università siglerà il proprio nome e quello di Milano nell’olimpo della conoscenza. Grazie a tutti.»<br />
Dalla platea si levò un boato. Il rumore degli applausi si fece assordante.<br />
Il professore, seguito dal suo assistente Baggini, si avviò verso l’uscita con fare sicuro, sorridendo agli sguardi che incrociava. D’improvviso una voce alle loro spalle costrinse entrambi a rallentare.<br />
«Professor Minardi!» ad urlare dal fondo del corridoio era stato Santoro, il secondo assistente. «Mi dispiace interromperla professore, ma dovrebbe vedere questo,» disse l’assistente porgendo un tablet al suo interlocutore. Contrariato Minardi afferrò con fare scocciato il computer.<br />
«È del paziente numero trentasei, androide uno,» spiegò Santoro.<br />
Lo sguardo di Minardi si fece d’un tratto interessato. Toccando lo schermo, fece partire il video.<br />
L’ambiente era lo stesso del video mostrato poco prima nell’aula magna, ma la scena che si presentava era agghiacciante. C’era sangue dappertutto, su ogni mobile, quasi l’ambiente fosse stato tramutato in un macello. L’inquadratura si era abbassata dalla porta al pavimento dove un corpo di uomo, inerte, veniva flagellato di colpi con un coltello da cucina. Sopra l’uomo, come una furia ossessa, stava l’androide uno, che senza mostrare alcun segno di stanchezza incideva con insistenza il coltello nel corpo ormai morto: È di amore che ho bisogno.<br />
La voce dell’androide era calda ed allo stesso tempo sintetica.<br />
«È di amore che ho bisogno&#8230; È di amore che ho bisogno&#8230; È di amore che ho bisogno&#8230;»<br />
Il professore si voltò a guardare l’assistente, spostando poi lo sguardo verso Santoro.<br />
«Sapevamo che aumentando la complessità si correva il rischio di incorrere in reazioni inaspettate. Effettuiamo un rollback del firmware, rimuovendo gli ultimi contributi della dottoressa americana in stage presso il laboratorio. Il progetto non si ferma, il paziente numero trentasei non ha saputo affrontare il senso di colpa e si è suicidato. È tutto chiaro?»<br />
«Ma l’opinione pubblica, i fondi del governo, tutta la pubblicità&#8230; Siamo rovinati!»<br />
La voce dell’assistente Baggini era quasi un sussurro. Il professore fissò i due e scuotendo la testa, sorrise.<br />
«Suvvia signori, siamo in Italia!» e dopo aver premuto il tasto DELETE sul tablet, riprese a camminare verso il proprio ufficio.</p>
<p>© Raoul Scarazzini 2011 </p>
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		<title>14 febbraio 2210</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Feb 2010 00:00:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>pdac</dc:creator>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>

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		<description><![CDATA[Di certo il cielo non era coperto ad nubi nefaste e chiaramente non pioveva. Il sole brillava come non mai ed a detta di tutti era proprio una bella giornata. Se una qualsiasi persona matura cinquanta o sessanta anni prima fosse stata catapultata in questo futuro, in un giorno come questo, sarebbe rimasta shockata: niente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Di certo il cielo non era coperto ad nubi nefaste e chiaramente non pioveva. Il sole brillava come non mai ed a detta di tutti era proprio una bella giornata.</p>
<div id="attachment_173" class="wp-caption alignnone" style="width: 288px"><a href="http://www.pensavodiavercapito.org/wp-content/uploads/2010/02/sanvalentino.jpg"><img src="http://www.pensavodiavercapito.org/wp-content/uploads/2010/02/sanvalentino-278x300.jpg" alt="Sav Valentino" title="sanvalentino" width="278" height="300" class="size-medium wp-image-173" /></a><p class="wp-caption-text">Sav Valentino</p></div>
<p>Se una qualsiasi persona matura cinquanta o sessanta anni prima fosse stata catapultata in questo futuro, in un giorno come questo, sarebbe rimasta shockata: niente meteoriti, esplosioni nucleari, invasioni aliene o quant&#8217;altro aveva rovinato la terra. Il progresso tecnologico non aveva influenzato il modo di vivere della gente se non in meglio ed i valori umani erano alti e soprattutto esistevano ancora, salvo le dovute eccezioni.</p>
<p><span id="more-172"></span></p>
<p>La razza umana infatti non era riuscita ad eliminare ancora i rami malati della società. Il crimine esisteva, ma la questione ormai era solamente quella di contenerlo, attenuarlo se si espandeva e bruciarlo quando esagerava, dove si riusciva.</p>
<p>In questo mondo i due si guardavano da quasi due minuti, tenere fisso lo sguardo negli occhi dell&#8217;altro ancora un poco avrebbe inciso nell&#8217;uno l&#8217;immagine dell&#8217;altra. Era un sentimento particolare, vero, di quelli che lasciano il segno, di quelli che rendono il cuore un campo che per fiorire necessita di un aratro fatto di gesti, parole e contatti con l&#8217;essenza stessa dell&#8217;altra persona.</p>
<p>&#8220;Come lo chiamate voi?&#8221; le aveva chiesto lei. Ma le parole non c&#8217;erano, esistevano solo due corpi che si parlavano, la più utile risposta che potesse esistere.</p>
<p>Era aliena. Niente pelle verde, gruppi di braccia o quant&#8217;altro. Solo una donna, ma aliena.<br />
Non conosceva cosa fosse quel pianeta se non prima delle colonizzazioni comunitarie. Faceva parte del consiglio di sicurezza ed era un&#8217;ambasciatrice del suo mondo, si trovava qui per esigenza.<br />
Aveva previsto tutto: da possibili attacchi terroristici al senato, ad attentati alla sua persona. Tutto. Tranne questo.<br />
Nessuno sperava, in una galassia di possibilità, di trovare due razze identiche in tutto e per tutto allo stesso stadio evolutivo. Una volta però imparato a comunicare, gli sforzi in collaborazione delle menti scientifiche dei due mondi avevano dimostrato che esisteva una sorta di legge cosmica, un presupposto scientifico secondo cui l&#8217;unico modus operandi dell&#8217;origine della vita era questo.</p>
<p>Era alieno. Niente pelle verde, gruppi di braccia o quant&#8217;altro. Solo un uomo, ma alieno.<br />
Non era mai stato una persona importante per il suo mondo, era uno come tanti. Magari che ti partecipa a qualche stupido programma televisivo per un momento di gloria, ma niente legna da ardere. Almeno finché non arrivò lei ad accenderlo.<br />
La notizia dell&#8217;incontro lo aveva lasciato quasi indifferente, alla fine ci aveva sempre creduto. Aveva seguito le fasi salienti della vicenda, dal momento dell&#8217;intercettazione del segnale il 15 luglio del 2195 sino al primo incontro ufficiale, il primo marzo del 2201. Allora era ancora un ragazzo, ma si ricordava benissimo tutto.</p>
<p>Tutto ciò che li aveva fatti incontrare e conoscere era venerato religiosamente: mai erano stati toccati da sensazioni simili, mai due respiri erano riusciti a miscelarsi con una simile leggerezza, niente avrebbe potuto dividerli.</p>
<p>Amore. Era quella la parola che entrambi cercavano, ma i gesti, il tatto, gli sguardi erano stati più eloquenti d&#8217;ogni altra espressione.</p>
<p>Quell&#8217;amore pompava sangue nel mondo, due razze si erano unite, il sole brillava come non mai ed a detta di tutti era proprio una bella giornata.</p>
<p><em>Ad una persona in cui credo e che crede in me.<br />
Con tanto, tanto amore.</em></p>
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		<title>Il placcaggio</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Aug 2009 12:13:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>pdac</dc:creator>
				<category><![CDATA[Sport]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>

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		<description><![CDATA[La figlia entrò in casa salutando tutti tranne suo padre che come ogni giorno a quell&#8217;ora stava seduto sul divano a leggere il giornale. Gli si pose davanti, con le braccia sui fianchi. Al padre quella visione ricordò quando la donna era ancora una bambina ed imitava sua madre in quella posa per dare importanza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La figlia entrò in casa salutando tutti tranne suo padre che come ogni giorno a quell&#8217;ora stava seduto sul divano a leggere il giornale. Gli si pose davanti, con le braccia sui fianchi. Al padre quella visione ricordò quando la donna era ancora una bambina ed imitava sua madre in quella posa per dare importanza ad un concetto esposto.<br />
&#8220;Glielo hai fatto vedere ancora!&#8221; disse lei.<br />
Il padre fece una smorfia di disapprovazione.<br />
&#8220;Ho fatto vedere cosa a chi?&#8221;</p>
<div id="attachment_130" class="wp-caption alignnone" style="width: 310px"><a href="http://www.pensavodiavercapito.org/wp-content/uploads/2009/09/placcaggio.jpg"><img src="http://www.pensavodiavercapito.org/wp-content/uploads/2009/09/placcaggio-300x269.jpg" alt="Placcaggio" title="placcaggio" width="300" height="269" class="size-medium wp-image-130" /></a><p class="wp-caption-text">Placcaggio</p></div>
<p>La figlia a quelle parole inarco il sopracciglio e continuò sprezzante &#8220;Non fare il finto tonto, sai benissimo che mi riferisco a mio figlio e sai benissimo cosa gli hai fatto vedere!&#8221;<br />
L&#8217;uomo distese lo sguardo e cercando , con difficoltà, di farsi più serio che poteva riprese &#8220;Mi dispiace ma non ti seguo, cosa avrei fatto vedere a mio nipote?&#8221;<br />
&#8220;Accidenti papà, quando fai così!&#8221; ed allargate le braccia le fece cadere sui fianchi provocando un battito che fece balzare l&#8217;uomo ed urlò &#8220;Lo sai benissimo, il Rugby!&#8221;</p>
<p><span id="more-117"></span></p>
<p>&#8220;Io mica ti capisco sai&#8221;, la incalzò l&#8217;uomo &#8220;in giro c&#8217;è un mucchio di gente che si lamenta di dover tirar su i propri figli da sola e quando un povero nonno alleva amorevolmente suo nipote la madre si lamenta. E&#8217; il mondo all&#8217;incontrario!&#8221;.<br />
La figlia sbottò. &#8220;Papà, è la terza volta nel giro di un mese che quel bambino fa male ad un suo coetaneo perché vuole emulare la gente che gli mostri tu&#8221;.<br />
Questa volta fu il padre a reagire, &#8220;Che diamine, i bambini giocano, qualche volta si fanno male, è così dall&#8217;alba dei tempi. Perché devi farne a tutti i costi una tragedia?&#8221;.<br />
La figlia squadrò suo padre &#8220;Non farla così facile e non appellarti ai luoghi comuni, ero presente l&#8217;ultima volta che è successo. Erano in quattro e stavano giocando con una palla rotonda, ad un certo punto un bambino ha raccolto la palla con le mani, dicendo di aver subito un fallo e tuo nipote l&#8217;ha placcato urlando &#8220;Sono Carter, sono Carter!&#8221;. Che poi chi sarà mai sto Carter?&#8221;<br />
&#8220;E&#8217; il mediano di apertura degli All Blacks&#8230;&#8221; concluse il padre per lei.<br />
&#8220;Non è questo il punto. Papà devi smetterla di fargli vedere le partite e di incitarlo o finirà per far male a qualcuno sul serio e non ce la si caverà con una sbucciata&#8221;.<br />
Il padre poggiò le mani sulle ginocchia &#8220;Tesoro, la soluzione a tutti questi problemi, per come la vedo io, sarebbe di portare tuo figlio al campo da Rugby e fargli provare!&#8221;<br />
La donna sospirò. &#8220;E&#8217; una partita persa&#8221; disse, e dirigendosi verso la porta aggiunse &#8220;Ti rendi conto che ha solo cinque anni? Non ci sono squadre da Rugby per bambini di cinque anni. Non si gioca a Rugby a cinque anni!&#8221;<br />
Mentre stava per chiudere la porta, il padre si rifece sentire &#8220;Tesoro?&#8221; chiamò, la figlia si bloccò sulla porta e con aria spazientita chiese &#8220;Cosa c&#8217;è ora?&#8221;. Il padre si voltò e sorridendo le chiese &#8220;Ma almeno era un buon placcaggio?&#8221;.<br />
&#8220;Secco!&#8221; disse lei, e dopo essersi lasciata sfuggire un sorriso che suo padre notò con sommo compiacimento, sbatté la porta.</p>
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		<title>L&#8217;anello</title>
		<link>http://www.pensavodiavercapito.org/2009/06/29/lanello/</link>
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		<pubDate>Mon, 29 Jun 2009 15:35:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>pdac</dc:creator>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>

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		<description><![CDATA[Il ragazzo fece di corsa le scale. Non che l&#8217;ascensore fosse rotto, non che volesse tenersi in forma, ma la voglia di vederla era troppa e dopo una giornata come quella, prima arrivava quel momento, meglio era. I piani erano quattro ed arrivato al pianerottolo dovette riprendere fiato. Non sta bene avere il respiro grosso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il ragazzo fece di corsa le scale. Non che l&#8217;ascensore fosse rotto, non che volesse tenersi in forma, ma la voglia di vederla era troppa e dopo una giornata come quella, prima arrivava quel momento, meglio era.<br />
I piani erano quattro ed arrivato al pianerottolo dovette riprendere fiato. Non sta bene avere il respiro grosso quando devi vedere la tua amata, pensò sorridendo.</p>
<div id="attachment_108" class="wp-caption alignnone" style="width: 310px"><a href="http://www.pensavodiavercapito.org/wp-content/uploads/2009/06/anello.jpg"><img src="http://www.pensavodiavercapito.org/wp-content/uploads/2009/06/anello-300x285.jpg" alt="Anello" title="anello" width="300" height="285" class="size-medium wp-image-108" /></a><p class="wp-caption-text">Anello</p></div>
<p>Sistemata la camicia che era uscita dai pantaloni nella foga della salita, si mise dritto con la schiena e fece i quattro passi che lo separavano dalla porta e, accertatosi che il respiro fosse finalmente calmo, suonò il campanello.</p>
<p><span id="more-103"></span></p>
<p>Gli venne ad aprire lei, come sempre. Quel giorno però la luce che emanava era diversa, più ricca, più viva. Non capita tutti i giorni di compiere ventun anni. Per la verità era conscio di come ogni compleanno fosse unico nel suo genere, ma questo lo era di più.<br />
Terminati i saluti di rito ai vari familiari dovette intrattenersi, mal celando una certa impazienza, a parlare del più e del meno, del tempo che non cambiava, di come certi politici non capissero nulla e così via.<br />
Finalmente, quando le speranze sembravano ormai perdute, venne il momento di farsi accompagnare fuori dalla porta per il saluto finale, lontano da occhi indiscreti e forse al buio.<br />
C&#8217;era un regalo da consegnare.<br />
Ma la giornata era stata pesante.<br />
Mi dispiace, disse lui, ma l&#8217;unica cosa che sono riuscito a recuperare è stato questo cioccolatino, scusami, ma è stato il meglio che sono riuscito a fare.<br />
Gli occhi di lei si fecero dapprima sorpresi, mai era successo che mancasse un regalo da parte di lui in una qualsiasi festa comandata, poi apparentemente tristi ed infine sereni. Fu questione di un attimo. Sorridendo gli mise le braccia intorno al collo sussurrando &#8220;va benissimo così, amore&#8221;.<br />
Il ragazzo si scostò con dolcezza dalla stretta di lei e quasi per voler valorizzare quel semplice pensiero disse &#8220;Avanti, leggi la frase d&#8217;amore scritta nel biglietto del cioccolatino, magari ci è d&#8217;ispirazione&#8221;.<br />
La ragazza obbedì e scartato il cioccolatino si trovò tra le mani un anello d&#8217;oro. Con gli occhi gonfi di lacrime riuscì solamente ad abbracciare il ragazzo, che di tutta risposta le sussurrò &#8220;Adesso basta con le stronzate&#8221;.</p>
<p>E tutto ebbe inizio.</p>
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		<title>La cicatrice</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Mar 2009 08:58:34 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[C&#8217;era una volta un giocatore di Rugby, era uno forte e piuttosto spericolato. Giocava in una squadra importante e riusciva a contribuire con costanza alle sue vittorie. Aveva tutto: la gioventù, la prestanza fisica e tanta voglia di fare. Un giorno però, quasi per caso, trovò uno specchio magico che consentiva di vedere il futuro. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;era una volta un giocatore di Rugby, era uno forte e piuttosto spericolato. Giocava in una squadra importante e riusciva a contribuire con costanza alle sue vittorie.<br />
Aveva tutto: la gioventù, la prestanza fisica e tanta voglia di fare.</p>
<div id="attachment_86" class="wp-caption alignnone" style="width: 210px"><a href="http://www.pensavodiavercapito.org/wp-content/uploads/2009/03/cicatrice.jpg"><img src="http://www.pensavodiavercapito.org/wp-content/uploads/2009/03/cicatrice-200x300.jpg" alt="Cicatrice" title="cicatrice" width="200" height="300" class="size-medium wp-image-86" /></a><p class="wp-caption-text">Cicatrice</p></div>
<p>Un giorno però, quasi per caso, trovò uno specchio magico che consentiva di vedere il futuro.<br />
Non il futuro in generale, ma solo quello relativo a se stessi. Nel dettaglio, il proprio volto.</p>
<p><span id="more-79"></span></p>
<p>Il volto che vedeva riflesso era il suo, ma da vecchio e con una grossa cicatrice sulla faccia.<br />
Immediatamente pensò che quella cicatrice doveva per forza essere stata provocata da qualche incidente di gioco, qualche tacchetto di troppo, dal rugby, insomma.<br />
La domenica dopo si trovò sul campo a giocare come di consueto la partita, ma qualcosa non andava: aveva paura. Da un momento all&#8217;altro pensò, potrebbe arrivare la botta decisiva e potrei ritrovarmi con un taglio sulla faccia. E fu così che limitò il suo impegno. E così fece nel match successivo ed in quello dopo ancora finché, ormai stufo di quest&#8217;angoscia costante prese la decisione: non giocherò più, non posso sopportare questa spada di Damocle sulla testa.<br />
E smise di giocare.<br />
Gli anni passarono, ed il ragazzo divenne uomo, poi vecchio. Ogni volta che si guardava allo specchio il pensiero correva al suo volto sfigurato, ed egli notava con piacere che tutto era a posto, della cicatrice non vi era traccia.<br />
Ho fatto la cosa giusta, continuava a ripetersi, rinunciare a fare la cosa che mi piaceva di più in cambio di una faccia sana è stata la cosa più intelligente che potessi fare.<br />
E pian piano, con gli anni, il volto nello specchio svanì nella memoria.<br />
Un giorno poi accadde. Intorno faceva caldo e la gola era secca, cosa poteva esserci di meglio che un bicchiere di acqua fresca? Le deboli braccia dell&#8217;anziano aprirono la credenza, ma il bicchiere scivolò. Succede, quando si è vecchi. Infrangendosi sul marmo della cucina il bicchiere parve esplodere, i vetri schizzarono ovunque e finirono sulla sua faccia ferendolo in maniera serissima.<br />
Subito corse in bagno per constatare l&#8217;entità del danno e quando alzò lo sguardo verso lo specchio sentì  le gambe tremare, e non dipendeva da sangue che sgorgava dalla sua guancia, ma dal fatto che il viso riflesso era identico a quello visto nello specchio quel giorno di tanti, tantissimi anni prima.<br />
Ho rinunciato a tutto per niente pensò, gli anni migliori che avevo li ho spesi sul divano a godere di una finta sicurezza pensando di essere al sicuro ed invece eccomi qui, infelice, ferito e senza la minima possibilità di tornare indietro. Che stupido sono stato, e com&#8217;è crudele la vita.</p>
<p>Il futuro, è adesso.</p>
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		<title>Il giorno dopo: questa è Sparta ?</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Feb 2009 11:39:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>pdac</dc:creator>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>

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		<description><![CDATA[La stagione fredda era al suo culmine e la giornata volgeva al termine. Le luci chiaro scure che filtravano dalla finestra consentivano di vedere ancora i contorni delle cose. La loro casa era semplice, quattro mura, un tavolo ed un letto. Non c&#8217;era bisogno d&#8217;altro, ma tutto appariva magico in quella sera. La ragazza guardò [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La stagione fredda era al suo culmine e la giornata volgeva al termine. Le luci chiaro scure che filtravano dalla finestra consentivano di vedere ancora i contorni delle cose. La loro casa era semplice, quattro mura, un tavolo ed un letto. Non c&#8217;era bisogno d&#8217;altro, ma tutto appariva magico in quella sera.</p>
<div id="attachment_53" class="wp-caption alignnone" style="width: 310px"><a href="http://www.pensavodiavercapito.org/wp-content/uploads/2009/02/sparta.jpg"><img src="http://www.pensavodiavercapito.org/wp-content/uploads/2009/02/sparta-300x200.jpg" alt="Sparta" title="sparta" width="300" height="200" class="size-medium wp-image-53" /></a><p class="wp-caption-text">Sparta</p></div>
<p>La ragazza guardò suo marito. Era un guerriero, come tutti. Per sua sfortuna le campagne militari erano finite da un pezzo ed egli era a casa da ormai un mese.<br />
Fu allora che glielo disse, &#8220;Avrai un erede&#8221;.<br />
All&#8217;uomo si illuminarono gli occhi per un istante. Fu un attimo fugace, che però la moglie riconobbe subito. Senza dire nulla l&#8217;uomo uscì dalla porta e fece ritorno solamente a notte inoltrata.</p>
<p><span id="more-44"></span></p>
<p>La donna dormiva, ma si destò sentendo i rumori dei bicchieri che si rovesciavano. Il marito doveva aver comunicato la notizia ai suoi commilitoni, e quello era l&#8217;esito dei festeggiamenti. Pensò saggiamente di continuare a fingere di dormire, onde evitare di scatenare le ire del marito, troppo frequenti quando il vino lo accompagnava.<br />
Passarono i giorni ed il marito, finalmente ripartì. &#8220;Tornerò per vedere mio figlio&#8221;, disse alla donna prima di andarsene. Questa attese qualche minuto, poi sospirò e con il cuore più leggero raccolse una giara vuota per andare al pozzo a riempirla.<br />
Le stagioni fecero capolino nel campo di fronte alla casa della donna e mentre il suo grembo fioriva gli alberi cominciavano a popolarsi dei più svariati colori. Tutto appariva semplice e straordinario allo stesso tempo.<br />
Poi, avvenne. Il bambino della donna vide la luce dopo una notte di fatiche, alle prime luci dell&#8217;alba, proprio nel momento in cui il marito tornava dall&#8217;ultima campagna militare intrapresa.<br />
Carico di ansia varcò la soglia della sua casa e scostate le donne che aiutavano la moglie chiese &#8220;Dov&#8217;è ?&#8221;. Il viso pallido di lei si contrasse ed accennando un sorriso mise il fagotto che teneva tra le sue mani in quelle del marito. Questi mostrò quello che parve un sorriso a sua moglie, ma dopo aver guardato il piccolo si rabbuiò in un istante. Le donne alle sue spalle indietreggiarono spaventate.<br />
&#8220;Donna, dove sono le mani di questo bambino ?&#8221; chiese infuriato verso la moglie. Questa lo guardò e non rispose. Egli parve in preda ad una rabbia incontrollabile, poi d&#8217;un tratto si calmò.<br />
&#8220;Questo bambino non sarà in grado di badare a se stesso e non potrà servire come uomo al nostro ideale.&#8221; e dopo un attimo di pausa aggiunse &#8220;Questo bambino non può vivere&#8221;.<br />
Giratosi, si incamminò verso la strada che portava alla rupe sul monte.<br />
Nella stanza scese il silenzio.<br />
Le donne uscirono dalla casa e la madre che aveva appena perso suo figlio, rimasta sola, si portò le mani al volto e si abbandonò ad un pianto dirotto.</p>
<p>Buon viaggio, ragazza.</p>
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